Mio nonno paterno suonava la fisarmonica. E scriveva poesie. Era contadino, ma sapeva leggere e scrivere.
Al Circolo degli Operai, nel paese in cui è sempre vissuto, leggeva ad alta voce, ogni mattina, il giornale. Erano tutti analfabeti, tranne lui.
Durante la grande guerra scriveva le lettere che i contadini spedivano ai figli che si trovavano al fronte e poi leggeva loro le risposte. Sapeva così, indirettamente, i fatti di tutti.
Mio nonno era una persona molto discreta. Era piccolo di statura, minuto, molto sensibile, un animo buono. Se dovessi raffigurarlo attraverso un'immagine lo rappresenterei come uno degli omini surreali di Chagall.
Dedicata da John Coltraine alla moglie Naima
Mio nonno ha vissuto il dramma del terremoto della Valle del Belice del 1968. Il suo paese venne gravemente colpito dalla violenza del sisma. Dal 14 gennaio 1968 ha sempre vissuto senza più una casa vera, abitando prima nelle tendopoli e poi nelle baracche, rivestite di amianto. Sino all'ultimo dei suoi giorni.
A volte d'estate rimanevo un po' con i miei nonni. Mi trasferivo da Palermo per una settimana nella baracca insieme a loro. Mi piaceva ascoltare i loro racconti.
Ho un bellissmo ricordo di mio nonno. Una sera, così improvvisamente, scrisse dei versi a mia nonna. Versi dedicati ad un fiore, mia nonna aveva il nome di un fiore. Lo stesso mio nome. Poi prese la fisarmonica e cantò e suonò quei versi per lei. Eravamo fuori la baracca, io ero una ragazzina di tredici anni, tutti i vicini uscirono dalle loro case per ascoltarlo.
Bellissimo ed emozionante. In quell'istante pensai: se un uomo dovesse, un giorno, cantare e suonare per me dei versi così intensi e profondi me ne innamorerei follemente.
Aspetto ancora quella serenata.
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