Sono una taciturna con la sindrome dell'horror vacui... quindi parlo, parlo, parlo, a volte inutilmente, e allora tento di soppesare le parole. Sono una minimalista perché ritengo sempre validi i principi del rasoio di Occam, ma so pure che, a volte, "la curva è la più graziosa distanza tra due punti" (Mae West). Insomma alla ricerca della quadratura del cerchio.

mercoledì 14 settembre 2011

Quando l'emigrante ero io

Sono nata in una famiglia di contadini. Solo contadini. Mio padre, i miei nonni, i miei bisnonni, i trisnonni, sino ad arrivare al 1580, come attestano le mie ricerche genealogiche. Famiglie dignitose, proprietarie delle loro piccole case, con qualche soldo da parte e le terre da coltivare. Ma soprattutto famiglie con saldi principi morali, ricche di valori, rispettose della natura, della terra che dava loro il pane, e dell'altro, dell'individuo come persona.


Mio padre, anima inquieta, decide, negli anni Sessanta, di andare via, di lasciare quei luoghi, i suoi luoghi dell'anima, dove era nato e cresciuto. Non vedeva prospettive in quei posti dell'entroterra siciliano, benché il lavoro non gli mancasse e avesse già una casa tutta sua dove poter vivere. Ma era nata sua figlia, la  prima figlia, e desiderava per lei un futuro migliore del suo. Il suo sogno era quello di poter studiare, sogno infranto, perché il padre lo aveva costretto, essendo il figlio maggiore, a lavorare le terre, a continuare la tradizione di tutta la sua gente.
Così lascia il suo paese e si trasferisce a Palermo, dove trova lavoro come portiere in uno stabile elegante, in una delle vie più importanti della città. In quel palazzo abitano persone importanti, laureati, professionisti, magistrati  e alcuni "parvenus", muratori diventati improvvisamente costruttori e "ingegneri" con il sacco di Palermo.
Mio padre porta con sè la sua famiglia, la moglie, appena ventenne, e la figlia che ha un anno.
E qui sono cresciuta io, la figlia del portiere. Ho frequentato la scuola elementare del quartiere, la migliore scuola pubblica di Palermo,  insieme ai loro figli, almeno i figli di quelli che si definivano "intellettuali di sinistra". Gli altri andavano a scuola al Gonzaga, la scuola privata dei Gesuiti, la scuola d'elite che avrebbe formato i futuri dirigenti della città. Non giocavo con i loro figli, evidentemente. Non me lo permettavano. Tranne che con quelli della famiglia che abitava al primo piano, alternativa e di sinistra, la cui casa era frequentata da Guttuso e da Sciascia, che ricordo ancora così bene. Qui, in questa casa, si respirava un'aria totalmente diversa da quella di casa mia. Il padre era un pittore, la madre una nobildonna che non riusciva a nascondere la sua diffidenza nei miei confronti, e mal sopportava che i figli giocassero con me. Marcavano  tutti comunque la differenza tra me e loro. Era palese. Ero sempre e comunque fuori dal loro ambiente. Ero diversa. Ma a me non fregava niente del loro finto "comunismo", ne avevo piena consapevolezza.Quella famiglia era comunque importante per me, assetata, già da allora, di conoscenza, erano persone piene di stimoli dal punto di vista culturale, e mi piacevano. Così sopportavo il loro celato distacco. Non era comunque il palese disprezzo degli altri, dei parvenus. Tutti, comunque, si fermavano all'apparenza, nessuno andava oltre, nessuno tentava di capire cosa ci stesse dentro il mio mondo, quali erano i miei pensieri e i miei sogni. E il mio mondo interiore era meraviglioso e ricco di tantissime cose. Ma non gliene fregava niente a nessuno.  Ero la figlia del portiere. Non potevo avere sogni e ambizioni.
Studiavo in portineria. A casa mia non esistevano libri, né tanto meno enciclopedie. E la maestra lasciava sempre le ricerche da fare a casa. Allora io sapevo a chi del palazzo chiedere le informazioni che mi servivano per la scuola. La signora del terzo piano era brava in matematica, quella del quinto in italiano e così via. Era un po' l'equivalente del collegamento internet di oggi.
A scuola ero bravina, nonostante "le disagiate condizioni culturali della mia famiglia". Così dicevano gli insegnanti. In prima elementare, nei primi tempi, ero seduta nel banco con la figlia di un ingegnere, con cui andavo d'accordo. Tranquilla io, tranquillissima lei. Un giorno è stata spostata dal mio banco. Non poteva stare accanto a me, ero figlia di un portiere. Ero "infetta" di portierato. Il padre era intervenuto, aveva parlato con la maestra.
I libri da leggere non mi mancavano. Amavo (e amo tuttora) leggere. Me li prestava una sarta, una sarta famosa  che confezionava  gli abiti della nobiltà palermitana. Lei ritirava i modelli dalle famose case sartoriali francesi (ricordo Chanel e Saint Laurent,) e poi cuciva i vestiti. Aveva nella sua grande casa- laboratorio, nel palazzo accanto al mio, diverse lavoranti. Mia madre aveva deciso di mandarmi lì durante le vacanze scolastiche per imparare a cucire. La sarta era milanese e si era trasferita a Palermo, dopo aver sposato un palermitano. Aveva grandi occhi blu,  all'incirca settanta anni ed era molto eccentrica. Una bella persona. Con lei c'è stato subito feeling. Non aveva figli e forse per lei rappresentavo un po' la figlia che avrebbe voluto avere. Non mi ha insegnato a cucire (non me ne fregava niente, ero una pessima apprendista anche se qualcosa ho imparato, l'orlo ai vestiti so farlo) ma mi parlava della sua vita. Aveva finanziato la prima targa Florio qui in Sicilia e aveva conosciuto personalmente il re e la regina e tutta la nobiltà italiana. Le sue foto, che testimoniavano la veridicità delle sue parole, facevano bella mostra nel grande salone, dove sfilavano le modelle, due volte all'anno.
La sarta aveva tantissimi libri e me li prestava. Aveva libri molto impegnativi, ma io non avevo possibità di scelta. Erano quelli e basta. A dieci anni lessi Guerra e Pace. Di nascosto dei miei genitori, di notte, con la lampadina tascabile accesa. Non volevano che stessi tutto il giorno sopra i libri. Divoravo i libri e la sarta ne aveva tantissimi. E poi c'erano i suoi straordinari racconti della sua vita.
I miei genitori vivevano male a Palermo. Erano rimasti legati alle loro tradizioni, alle loro abitudini del paese, al loro mondo. Ma la famiglia era cresciuta, erano nate le mie due sorelle e avevano poco tempo per lamentarsi. Anch'io stavo male, mi sentivo un'esclusa, ero cresciuta a Palermo, ma non mi sentivo una palermitana. E non mi sentivo neppure legata al mio paese, mi aveva portato via da lì quando avevo solo un anno. Ero indefinita, senza un luogo e uno spazio dove sentirmi veramente a casa. Ancora oggi è così.  Ne ho parlato con un mio carissimo amico, i cui genitori sono emigrati negli Stati Uniti d'America, negli anni Cinquanta. Anche lui sente il peso della "spartenza". Un emigrante avverte per tutta la sua vita questo senso di spaesamento.
Adoravo, nonostante tutto, i miei genitori, la mia famiglia, le mie origini umili. Anzi ne ero (e lo sono oggi ancor di più) molto fiera. 

Continua (forse)

4 commenti:

  1. il riassunto per un grande libro.......

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  2. Benvenuta tra i blogger... Aggiungi nella colonna di destra anche la possibilità di "seguirti" così è più facile sapere quando fai dei nuovi post.

    Ciao

    g

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  3. Grazie Gugliemo.
    Eheheheheh... sai quanto sono dura di comprendonio, come si fa!!!!???
    Lode al dubbio, come sempre.
    Ciao
    L&V

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