Quelli che nascono "mostri" sono l'aristocrazia del mondo dell'emarginazione. Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I "mostri" sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici.
Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto.
Mi metto a posto io.
Mi metto a posto io.
Diane Arbus
La Arbus è stata definita la "fotografa dei mostri". E questa definizione non è infelice. Per Wittgenstein il significato di una parola dipende dall'uso che se ne fa e la parola "mostro", che deriva dal latino monstrum (segno divino, portento, prodigio), stava ad identificare le creature mitologiche, gli esseri fantastici, composti dalla contaminazione di elementi di varia natura che coesistono in modo innaturale, tale da suscitare stupore. Creature stra-ordinarie nella loro complessità, nella loro tipicità, dense di un fascino estremo che ha per centro l'anomalia, l'eccezione.
Fotografa statunitense di origini ebree, classe 1923, Diane Arbus inizia il suo percorso artistico negli anni ’40, ma solo dal 1957 comincia a ritrarre i diversi, gli emarginati e i deviati. Travestiti, diversamente abili, deformi, prostitute, nudisti, eccentriche ballerine di cabaret, nani, giganti, fenomeni da baraccone, matti, esseri umani che sembrano nati per errore e che conducono vite borderline, che si scostano dalla cosiddetta "normalità", una normalità messa in discussione dalla stessa natura oppure da scelte personali, fuori dalle regoli comuni.
I diversi, gli sbagliati, gli strani, i freak vengono ritratti all'interno del loro contesto di vita, nella loro condizione di perturbante sofferenza, e sembrano perfettamente a proprio agio, consapevoli del loro straniamento. Siamo noi spettatori, paradossalmente, a sentirci sbagliati, spaesati, a disagio, nel vederli accettare con serenità la loro condizione differente.
Lo sguardo di Diane Arbus tuttavia non è mai voyeuristico, non c'è traccia di patetismo, morbosità o auspici di riscatto; anzi, il suo sguardo puro mostra la bellezza e la grazia che si nascondono dietro il dolore di ogni soggetto ritratto, per "celebrare le cose per quelle che sono". Per Diane la diversità non esiste. Ci sono solo tante persone diverse e le loro storie da raccontare. Storie anticonformiste e sconvolgenti, ma solo per chi guarda. Perché è chi osserva, ad essere diverso, perchè siamo tutti quanti diversi.
Le fotografie della Arbus propongono, essenzialmente, modi diversi e "altri" di stare al mondo. Che non sono quelli che ci propongono, oggi, in maniera quasi ossessiva, i giornali, la tv, la pubblicità, in cui prevale un codice di bellezza, un canone di perfezione che non si può trasgredire. Spersonalizzati, massificati, omologati, copie conformi, ci ritroviamo a cancellare qualsiasi forma di diversità. Non sappiamo arricchirci delle nostre reciproche differenze.
La Arbus è stata definita la "fotografa dei mostri". E questa definizione non è infelice. Per Wittgenstein il significato di una parola dipende dall'uso che se ne fa e la parola "mostro", che deriva dal latino monstrum (segno divino, portento, prodigio), stava ad identificare le creature mitologiche, gli esseri fantastici, composti dalla contaminazione di elementi di varia natura che coesistono in modo innaturale, tale da suscitare stupore. Creature stra-ordinarie nella loro complessità, nella loro tipicità, dense di un fascino estremo che ha per centro l'anomalia, l'eccezione.
Se la Arbus fu la fotografa dei Mostri, fu Mostro essa stessa. Le sue crisi depressive diventarono sempre più frequenti e a poco valsero le cure a cui si sottopose. La sua vita diventò una tragica altalena tra momenti di euforia e di cupa depressione. Bipolarismo venne chiamato il suo disturbo. Il 28 Luglio 1971 venne trovata riversa nella vasca da bagno di casa con i polsi tagliati.
Hai ragione, anticamente i mostri erano segnati da dio e tenuti in grande considerazione. Ma era un'altra cultura, molto lontana dall'attuale in cui guardiamo con sospetto persino chi porta un anello al naso o i capelli viola... Il diverso o il mostro oggi diventa spettacolo, ma in senso negativo , di dileggio, di schifo... E ci beiamo delle stereotipi di bellezza che sembrano fatte con lo stampino...
RispondiEliminaEhy Guglielmo! :-)
EliminaLe creature meravigliosamente mostruose popolano l’immaginario dell’uomo fin dalle sue origini e si sono manifestate, nel tempo, attraverso le varie mitologie. E’ la ricerca dell’uomo verso l’ignoto, l’imprevedibile, quello che non può essere razionalmente spiegato, della parte più nascosta di noi stessi. Il Mostro è l’eccezione, è la Meraviglia, manifesta l’eterna lotta tra bene e male, tra reale e irreale, tra possibile e impossibile. E’ lo specchio attraverso cui ci guardiamo, il labirinto in cui ci perdiamo, in quella ricerca disperata, sempre più introspettiva, sempre più onirico-surreale.
A Bagheria, vicino Palermo, si trova Villa Palagonia, una villa barocca chiamata “Villa dei mostri” per la bizzarria delle statue (erano più di 200) che abbellivano i muri esterni della costruzione e per l'estrosità dell’arredamento interno. La villa venne fatta costruire nel 1715 da Francesco Ferdinando Gravina, principe di Palagonia, uomo raffinato e di grandissima cultura. Le statue in tufo raffiguravano mostri vari, animali fantastici, figure deformi di dame e cavalieri, suonatori di improbabili strumenti musicali, draghi e chimere, creature mitologiche. Un luogo d'incanto. Ma è straordinario soprattutto l'interno. Nella Sala degli specchi, un meraviglioso salone di ricevimento, il soffitto è interamente coperto di specchi che deformano, deridendole, le figure riflesse. Il mostro che è dentro di noi esce fuori, si manifesta!
Ho visto le foto della Arbus dopo aver guardato " Fur", un fil m che la riguarda. Hai ragione, sono scevre da qualsiasi "ismo":)
RispondiEliminahttp://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35921
Fur mi ha un po’ deluso. Troppe cose insieme non ben amalgamate, troppe citazioni letterarie e cinematografiche. Un viaggio surreale che resta sempre in superficie. Comunque ci ha dato la possibilità di conoscere Diane Arbus ;)
EliminaUna buona serata giacy.nta!
Grazie per queste condivisioni...le citazioni, le tue parole, video, foto e musica, tutto in armonia. Un viaggio verso la comprensione della diversità, o di un diverso modo di essere che pure ci appartiene...
RispondiEliminaGrazie a te Tra cenere e terra :)
EliminaE’ vero, è un difficilissimo viaggio verso la comprensione del diverso, dell’altro, dello straniero, perché tutto ciò che è fuori dagli schemi sociali precostituiti ci fa paura, ci inquieta. L’estraneità e l’ignoto ci turbano perché rompono equilibri faticosamente raggiunti e ormai consolidati. E allora preferiamo ignorarli o cacciarli via. Ma è una fuga da noi stessi, dal nostro alter ego, dalla nostra ombra, dal nostro doppio, dal mostro perturbante che alberga in noi, o meglio, come bene hai scritto, dal diverso modo di essere che pure ci appartiene
Verrebbe da dire, nonostante l'interpretazione diametralmente opposta, che il tema sia quantomeno di attualità, visti i tempi in cui viviamo. Lo ammetto, non la conoscevo e ti ringrazio per questo post che me l'ha fatta conoscere.
RispondiEliminaMi scuso per l'intrusione ed il commento, spero non siano stati sgraditi.
Ciao Plasma Solitario, sei il benvenuto! :))
RispondiEliminaGraSSie :)
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